Premio europeo Journalist award against discrimination, Italia:
2004: la pagina vince il premio per la prima volta con l’articolo “I militari gay sfidano l’esercito dei pregiudizi”

I militari gay sfidano l’esercito dei pregiudizi
Nasce la Rete europea degli omosex in divisa, pronto un decalogo contro le discriminazioni
Delia Vaccarello
Essere gay, italiano e poliziotto vuol dire avere una bella gatta da pelare: questa la massima della godibile commedia «Mambo italiano» ambientata nella little Italy canadese. I protagonisti sono un poliziotto gay nascosto e l’impiegato di un’agenzia di viaggi che consiglia al compagno di rivolgersi al sindacato dei cop omosex, cioè dei poliziotti gay. In Canada esiste. In Italia è, o meglio era, un sogno. Ricordate la storia che abbiamo pubblicato la scorsa estate dal titolo: «Sogno un sindacato per i militari gay»? Ebbene il sogno non è più utopia. Silvano, finanziere gay, costretto a nascondere l’omosessualità per paura di essere espulso, ci ha raccontato del suo impegno per creare una rete di militari e poliziotti con l’obiettivo di sconfiggere i pregiudizi che albergano tra le forze dell’ordine. In agosto Silvano ha partecipato all’ European Gay Cop Sympsium, cioè a un vero e proprio evento. In pratica il primo summit di militari gay e lesbiche nella storia del vecchio continente che si è tenuto ad Amsterdam con un obiettivo chiaro: redigere il trattato di Amsterdam, la prima carta dei diritti degli omosex in divisa, e farlo approvare dal Parlamento Europeo. Non solo: creatura del simposium è la European gay cop Network (Egcn), una federazione di associazioni di poliziotti gay e di delegazioni inviate dai quei paesi – Grecia e Italia per intenderci – che ancora devono dare alla luce i loro sindacati. Silvano è partito con un gruppo di quattro colleghi in rappresentanza del gruppo di omosex in uniforme che si riunisce in Italia e che prima o poi uscirà allo scoperto. I cop gay italiani mandati in avanscoperta sono stati subito battezzati dal gruppo «Gli Argonauti». E Silvano, alla testa dei novelli «naviganti ardimentosi», sarà colui che rappresenterà l’Italia nella European gay cop network, in pratica l’associazione europea dei poliziotti gay, la cui nascita è prevista per ottobre a Bruxelles. Per lui sarà come toccare con mano la forza che danno i sogni. Un primo assaggio lo ha già avuto. Quando è arrivato ad Amsterdam ed è stato accolto dal Comando Generale della Città, Silvano ha creduto di muoversi in un set stile «Blade runner»: «È realtà o fantascienza? mi sono chiesto, e ho immaginato il giorno in cui in Italia saremo accolti dal comando generale. Dopo il primo enorme stupore ho avuto una sensazione di pace, finalmente. Credo che un giorno sarà possibile anche da noi servire la collettività e farlo a testa alta». E ancora ci chiediamo quante risorse umane sottraggono allo Stato discriminazioni e pregiudizi?
LA RAF RECLUTA I GAY
In Inghilterra sta succedendo di più. Se negli altri paesi il movimento è avvenuto dal basso, cioè gli interessati hanno costituito associazioni in difesa dei diritti dei gay, la Raf britannica, la Royal air force, sta reclutando gli omosex. Incurante delle obiezioni, a dispetto della cultura macho ancora diffusa, lo scorso fine settimana la Raf ha partecipato al Gay Pride di Manchester per persuadere la comunità gay che oggi gli omosessuali sono i benvenuti tra i militari. Un decisivo volta pagina rispetto al 1999 anno in cui le Forze Armate britanniche espulsero quattro soldati in quanto omosex, divenendo oggetto di condanna da parte della Comunità europea.
E benvenuti sono stati in Olanda gay e lesbiche in divisa. I lavori del congresso sono stati aperti da Boris Dittrich, capo del partito di coalizione del governo di centro destra olandese, il D66. «Parlare davanti a una sala piena di omosessuali in uniforme è la realizzazione di una pura fantasia», ha detto Dittrich, senza fare mistero della sua omosessualità. Dittrich non è stato il solo vip a prendere la parola, nella prima giornata sono intervenuti, tra gli altri, il sindaco di Amsterdam Job Cohen, Jan Wiarda coordinatore dei capi delle forze di polizia di tutta Europa, Hien Verkerk parlamentare europeo e il General Maggiore Beuving, Comandante della polizia militare olandese.
Ad ascoltarli il nostro Silvano letteralmente a bocca aperta: «Jan Wiarda, il capo dei capi, ha precisato di essere assolutamente etero. Gli è stato chiesto di affrontare la questione delle discriminazioni con i capi della polizia di quegli Stati in cui l’argomento è ancora un tabù e lui ha risposto che la spinta deve partire dagli interessati, successivamente le alte sfere prenderanno in considerazione le richieste. E’ già un passo avanti. Poi Wiarda ha promesso che avrebbe parlato di discriminazione anti-gay nella prima riunione dei capi di polizia, ma per non più di cinque minuti!».
PROGRAMMA EQUAL
La discriminazione anti omosex tra le forze dell’ordine è ancora una realtà anche nei paesi più aperti. Funziona così: le leggi stabiliscono l’uguaglianza, ma non cancellano del tutto le discriminazioni. Spesso vige la regola «don’t ask, don’t tell» (non chiedere, non dire). Ma leggi, pronunciamenti e campagne di sensibilizzazione sono il passo essenziale per migliorare la convivenza civile. Ed è per questo che Silvano è «andato a scuola» dai colleghi svedesi, partecipando nei giorni del simposio a un seminario sul progetto «Normgiving Diversity», un’iniziativa coordinata al programma europeo «Equal», da prendere a modello (info su: http://www.normgivande.nu e http://europa.eu.int/comm/employment_social/equal). Il «Normgiving» vede impegnate le Forze Armate Svedesi, la Polizia Nazionale Svedese e i membri della Chiesa Pastorale Protestante di Svezia, ma anche altre organizzazioni e sindacati, compresa la Chiesa Ecumenica delle persone gay, lesbiche, bisex e trans cristiane. Si prefigge di fornire strumenti a sindacati e organizzazioni per combattere le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale. Come? Una ricerca condotta dall’Istituto Nazionale per il Lavoro e dall’Università di Karlstad ha fatto il punto sulle condizioni di vita nei luoghi di lavoro di gay, lesbiche e trans, corsi di formazione e di informazione sono stati predisposti per lavoratori e sindacalisti. Ed ecco il più piccolo dei problemi: quanti omosex diventano improvvisamente muti il lunedì mentre gli altri colleghi riferiscono dei loro week-end? Se questo è il primo mattoncino dell’invisibile muro che divide i lavoratori gay dagli etero, le tappe successive possono portare a vere e proprie forme di mobbing. È ancora Silvano a riferirci il principio ispiratore dell’impresa: «Bisogna far capire alla società che la presenza di persone gay, lesbiche o bisex migliora la vita lavorativa stessa».
D’altra parte questo progetto è legato al programma Equal, cavallo di battaglia della Ue per migliorare la vivibilità nei posti di lavoro sovvenzionato dal Fondo Sociale Europeo. In questa direzione la Direttiva dell’Unione Europea emanata nel 2000 contro le discriminazioni sul lavoro basate su religione o convinzioni personali, handicap, età o orientamento sessuale parla chiaro (attenzione non si tratta di una semplice risoluzione, bensì di uno strumento più incisivo nella politica degli stati membri dell’Ue), ma è stata recepita dai singoli stati non sempre con fedeltà. A sostenere la campagna anti-discriminazioni intervengono, dunque, anche associazioni come la federazione di associazioni di poliziotti gay che sta per vedere la luce, forte dei progetti in atto nei paesi più avanzati.
Ma qual è la discriminazione che colpisce di più gay e lesbiche in uniforme? «È la difficoltà di fare carriera – risponde Silvano – un gay e una lesbica in divisa devono lavorare il doppio di un etero. E’ lo stesso pregiudizio che colpisce in generale le donne. Siamo penalizzati e messi alla prova da una cultura maschilista che ci ritiene inaffidabili». E in Italia? «Da noi e in Grecia, dove ancora non ci sono associazioni, dobbiamo essere cauti, altrimenti rischiamo l’espulsione». Ma il capo degli «argonauti» – la delegazione italiana andata ad Amsterdam -, il nostro Giasone in divisa, non si lascia intimorire. I colleghi d’oltralpe gli hanno dato la loro parola di comandanti e colonnelli schierati contro i pregiudizi: «Uscite allo scoperto e interverremo ufficialmente contro ogni discriminazione». Il sogno di Silvano veleggia verso la realtà.
delia.vaccarello@tiscali.it
2008 : la pagina vince con l’articolo “Vivere da gay morire da etero”
Da Arcigay nazionale
Delia Vaccarello, voce contro le discriminazioni
15/12/2008 – Ufficio Stampa Arcigay
Delia Vaccarello, giornalista lesbica dell’Unità, ha vinto la selezione italiana del Journalist Award 2008, premio giornalistico collegato alla Campagna della Commissione Europea For Diversity Against Discrimination, ideata con l’obiettivo di promuovere la diversità e informare i cittadini europei sui loro diritti, con l’articolo “Vivere da gay, morire da etero” del 2 settembre 2008
Delia Vaccarello da anni rappresenta una fondamentale voce della comunità LGBT su un importante quotidiano nazionale. Dal 2000, proponendo la rubrica 1,2,3…liberi tutti contro i pregiudizi su orientamento sessuale e identità di genere, ha deciso di scommettere sui temi dell’educazione alle alterità e sulla visibilità delle persone LGBT, raccontando sempre in modo sincero e realistico le esperienze di vita delle persone e delle associazioni.
L’articolo narra quattro storie di persone gay e lesbiche che non hanno potuto piangere un proprio affetto dopo una tragica morte, perché la nostra cultura affida la gestione della morte solo alla famiglia di origine, escludendo spesso dai funerali e dalla celebrazione delle separazioni le nuove famiglie gay e lesbiche e i rapporti di amicizia con altre persone omosessuali.
L’articolo è stato pubblicato sulla rubrica di Delia su L’Unità dopo il terribile incidente aereo di Madrid che ha visto morire tra i tanti lo steward italiano Domenico Riso, il suo compagno e il loro figlio. Tra le testimonianze raccontate vi è anche quella del presidente nazionale Arcigay Aurelio Mancuso, che ha ricordato la morte dell’amico Enrico, al cui funerale ufficiale non hanno potuto partecipare né il compagno né i più stretti amici.
La giuria ha attribuito il premio proprio a questo articolo, perché racconta una storia di forte respiro europeo, coinvolgendo Spagna, Francia e Italia, perché evidenzia i ritardi culturali e normativi italiani nel riconoscimento dei diritti e delle libertà individuali, perché l’autrice, giornalista e scrittrice, è uscita dal coro discriminatorio dei media in linea con la sua storia professionale.
Arcigay si complimenta con Delia per il risultato raggiunto, cosciente della sua sensibilità e della sua capacità di dare voce reale alle nostre storie. Ci auguriamo che possa adesso vincere anche alla seconda fase del concorso, che durante la prima metà del 2009 vedrà assegnare un riconoscimento a due vincitori selezionati da una giuria europea.
Ecco l’articolo e la pagina

Si muore come si vive: è così per la verità che ciascuno di noi porta con sé anche quando va via. Ma ai funerali irrompe la storia ufficiale, l’immagine dell’estinto viene suggellata da chi resta con pochi tratti che passano per fedeli. Parole potenti, spesso le ultime pronunciate in pubblico sul conto di chi non c’è più. È uno dei momenti prediletti dal pregiudizio. Se trova terreno fertile, entra in campo. L’ultima scena esibita, prima di calare il sipario, è «rispettabile», non sempre rispettosa. Nel caso dei gay e delle lesbiche spessissimo si oscurano – salvo allusioni – i loro amori. Improvvisamente diventano quello che in vita non sono stati mai, se non nell’immaginario di chi li voleva tali. Se ai funerali ci sono il partner, la madre di lui, gli amici che sapevano, costoro diventano presenze che provano emozioni incomprensibili per gli altri, perché non condivise. Quanti si stringono intorno al dolore atroce di una scomparsa diventano un gruppo, e non solo un numero di persone, solo grazie all’empatia che può scattare quando non c’è l’omissione. «Per loro non ero nessuno» o, peggio, «ero da allontanare»: questo il senso delle storie che abbiamo raccolto. Lo abbiamo fatto perché in agosto un aereo si è schiantato all’aeroporto di Madrid e tra i tanti morti c’era un italiano con il compagno e il figlio di lui. Erano seduti a fianco. Sono passati per amici. È scoppiata una polemica sulla mancanza di informazione. Abbiamo assistito a un’omissione del valore delle relazioni, che sono risorse per l’intera società. Le testimonianze qui raccolte mostrano che accade più spesso di quanto si creda. Se le parole salvano la vita, se la vita è anche memoria, chi manipola la memoria uccide una seconda volta. Attenzione: questa non è «solo» una questione esistenziale. È politica. La politica, in America, in Italia, in tutto il mondo, con scelte precise può far emergere la realtà nascosta, ma viva. O al contrario, con scelte blande o solo di facciata, può lasciarla morire. Una, due, tre… infinite volte.
Sono una mamma umiliata
«Mamma Luigi è morto». «Ma che dici, stai scherzando?». Mio figlio era stato a lungo in attesa di una chiamata, poi un’amica gli aveva dato la notizia. Avevamo cercato subito la madre, ma al telefono non ci aveva detto nulla. Mi sono trovata accanto a mio figlio al funerale del suo compagno. Nessuno poteva conoscere il mio dolore. I genitori di lui mi avevano avvicinato poco prima dicendo: «I nostri figli erano amici e basta» e con le mani avevano fatto un gesto come a stabilire un confine, a dire: di qui non si passa. Accettai: era la condizione perché partecipassimo al funerale. Luigi per me era un altro figlio. Ascoltavo il prete e pensavo al mio dolore, pensavo al dolore del mio ragazzo. E non sapevo se soffrivo poco o troppo. Il loro legame interrotto da un malore era durato quattro anni. La madre di Luigi non aveva mai voluto incontrarmi. Ci sentivamo per le feste, per scambiarci gli auguri, ma solo per telefono. Luigi veniva spesso a casa nostra. Al funerale eravamo sulla panca in silenzio, incerti se far capire quanto soffrivamo, immaginando che gli altri si chiedessero: chi sono questi? E perché sono così sconvolti?. In genere dei morti non si ricordano le cose brutte così, per uno scherzo troppo amaro, non si doveva sapere dell’amore che aveva reso felice il giovane di cui tutti in quel momento piangevano la scomparsa. Io mi sentivo umiliata, io e mio figlio eravamo nessuno. Guardavo la madre di Luigi e dicevo: «Ma è questo il momento di pensare a cosa dirà la gente?». E poi aggiungevo: «A lei il figlio mancherà per tutta la vita». Anche a me manca Luigi, ogni tanto gli parlo e lo sento in mezzo a noi, come un tempo. Quando dopo un po’ siamo andati in visita a trovare la mamma di lui, lei capì subito che sarebbe stata la prima e l’ultima volta. Quando Luigi era vivo aveva mortificato tanti slanci per la paura del giudizio sociale. Morto Luigi, era ormai troppo tardi.
(Claudia B. che non si firma per mantenere quella tragica promessa)
L’innamorato di mio figlio
Ero da sola a casa la notte in cui seppi della morte di Federico. Allo squillo avevo intuito. La voce lontana e triste di mio figlio, in trasferta con il suo gruppo musicale negli Usa, mi toccò come una revolverata. «E’ morto si è suicidato». Andrea aveva avuto bisogno di comunicarmelo subito. Qualche tempo dopo avrei trovato nella tasca di una sua camicia da pulire la descrizione accurata del ritrovamento resocontata da un amico, come se Andrea avesse bisogno di fissarla nel tempo e nel luogo. Federico aveva scelto la modalità più scenografica per consegnarsi all’indifferenza del mondo: impiccato alla scala interna della villetta famigliare ove abitavano anche i nonni, nell’ora del pranzo. Fu trovato dal fratellino di ritorno da scuola. Un fratellino che lo aveva fatto sentire più solo che mai nato tanti anni dopo di lui. Coi genitori già da tempo il dialogo si era assopito per quelle misteriose interruzioni di corrente che annunciano l’arrivo dì una sindrome depressiva. Federico a soli 19 anni era convinto che «la vita è in mano ai furbi» isolandosi nella sua camera. Era spesso a casa mia Federico, lui e mio figlio si conoscevano dall’asilo. Sempre insieme. Mi era capitato di pensare che a Federico potesse piacere Andrea: l’omosessualità nel loro gruppo amici all’epoca delle medie inferiori era già assodata: Marco uno di loro non faceva mistero delle sue predilezioni. Un giorno Andrea me lo aveva comunicato con la crudezza e la ritrosia dei suoi 12 anni: «Marco è strano». Federico crescendo si faceva silenzioso, Marco si curava da vero gay dichiarato agli amici. Un giorno che Andrea non c’era Federico venne a casa. Capii dalle parole, dallo sguardo, da tutto. Andrea era il suo grande amore non corrisposto. Pensai alla madre di Federico, una donnetta timida e sottomessa al marito tutta presa dall’adorazione dell’ultimo nato. Fu terribile quando lessi negli annunci funebri per strada che Federico era spirato «dopo lunga malattia». Ma quale «malattia»? Quando chiesi ad Andrea mi guardò sfuggente e disse: «Si è suicidato per una delusione d’amore».
Anna Macchi
Il mio corpo invisibile
Avevo ventidue anni. La mia compagna e io eravamo in un bar con alcune amiche in una città del Nord. All’improvviso lei fu scossa da una crisi pazzesca e incomprensibile. Un malore sconosciuto. L’ambulanza arrivò in un lampo. Fu intubata in barella. Salii sull’ambulanza con lei. In ospedale la barella sparì alla mia vista. Dopo dieci minuti il portantino uscì dicendomi: «Sei qui per quella ragazza? É andata». Non era finita lì. Lei morì ancora. Di notte mi chiamarono i suoi parenti chiedendoci se ci drogavamo. All’obitorio, vidi il suo corpo steso sul lettino e, accanto al suo, il mio. Per gli altri ero invisibile. Uscii prendendo a calci il muro di mattoni rossi. Calci alle morti: alla prima, alla seconda, alle altre che presto sarebbero venute. Ai funerali il prete disse che era credente (falso). Accanto ai parenti era seduto l’ex fidanzato, lasciato da tre anni. Fu lui a ricevere le condoglianze. Dopo, in privato, lontano dai tanti sguardi in corteo dietro la bara di legno chiaro, alcuni familiari cercarono di sapere cosa ci avesse unite tanto. Tacqui. Quando andai a trovare la madre, lasciai sul tavolo della cucina tutte le foto che ci eravamo scattate: al mare, in corteo, in facoltà. Un mucchio alto quanto un vocabolario. Quel giorno cominciai a uccidere me stessa. Un’infinità di tempo dopo rinacqui e, con me, l’indelebile ricordo della sua inestimabile vita, delle sue numerose morti.
(Delia Vaccarello)
Andate via, non siete niente
Enrico ed Osvaldo vivevano insieme in una piccola casa nella campagna bergamasca da una decina d’anni. Un maledetto pomeriggio di 15 anni fa un incidente di moto portò via Enrico. La casa, comprata insieme ad Osvaldo, tutti i fine settimana si apriva per cene e feste. I parenti di Enrico non avevano mai accettato che il loro congiunto, architetto di successo, fosse gay e vivesse insieme a un maestro, di cui tra l’altro i genitori andavano fieri. La notizia della sua morte ci colpì come una spada infuocata. Mi precipitai in campagna. Nella casa un silenzio lancinante, rotto dai commenti sommessi di decine di amici ed amiche. Osvaldo era in cucina, con lo sguardo fisso. Appena mi vide disse: «Ho appena ricevuto la telefonata di Maria, non dovrò farmi vedere né in camera mortuaria, né al funerale. Sono persona non gradita». Il pianto non si fermò per istanti immensi . La famiglia d’origine intendeva uccidere la vita di Ernesto. Osvaldo non protestò, si abbandonò con noi per due giorni a vegliare un corpo lontano, un amore interrotto e negato. Ma un’ora prima del funerale, durante il quale dal pulpito un’amica d’infanzia di Ernesto ne avrebbe ricordato la vita, anche se non lo incontrava da decenni, ci vestimmo tutti da cerimonia. Allestimmo in cortile una tavola con tovaglie bianche e fiori d’ogni colore, come piacevano ad Ernesto, e da un registratore posto nel mezzo di un cerchio che avevamo formato, mano nella mano, abbiamo ascoltato «Ma il cielo è sempre più blu» di Rino Gaetano, pezzo che Ernesto adorava. Il giorno dopo, la «vera famiglia» di Ernesto andò al cimitero. C’erano le corone appoggiate vicino alla tomba, e lì la madre. Arrivarono anche il padre e i fratelli, e uno di loro urlò: «Tu non sei niente, voi non siete niente, andate via, Ernesto non vorrebbe mai che voi foste qui». In fondo aveva ragione, quello era stato l’addio ad un uomo etero: il nostro Ernesto non sarebbe mai stato lì. Oggi Osvaldo e io ci sentiamo di rado e a volte con fatica, ma una cosa ci accomuna: il cielo è sempre più blu ci provoca una tempesta emotiva incontrollabile.
Aurelio Mancuso
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2007: la pagina vince il PREMIO “CUORE SACRO” istituito a Bari dalla onlus Mater natura
2002: la pagina vince il premio TRIANGOLO ROSA istituito da Massimo Consoli con il sostegno di Fabio Croce editore
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