20 Mar 2012

Il Foglio e l’Avvenire citano…

Filed under giornali,Società

Il Foglio, 2012.20.03

Liberi di non dirlo (o no?) La privacy gay alla prova della stampa ingorda….:

“….La disputa  si accende soprattutto con Delia Vaccarello, che da molti anni su l’Unità cura una pagina, ormai storica, sui diritti del mondo gay e trans. <Siccome Dalla non l’aveva detto in vita, ho puntato il dito sul mio giornale contro quelli che l’hanno fatto al posto suo. Chi ha messo il cappello sulla sua omosessualità ha commesso una violenza della sua personalità e della nostra etica professionale.> E racconta ancora <Ventitrè anni fa ho perso la mia compagna, e non l’ho mai detto perché lei non lo aveva mai detto…>”

 

 

l’Avvenire, 2012.03.20

Lupus in fabula, Tre soddisfazioni….

“…Terza soddisfazione, complessa: l’”Unità”, p. 25: “Il diritto di Lucio Dalla è stato violato”. Delia Vaccarello protesta e scrive: «Bisognerebbe semplicemente tacere». Giusto, ma era giusto dare l’indirizzo, alla protesta: tutti quelli che hanno strillato in tv e sui giornali contro “l’ipocrisia” del defunto e della Chiesa…”

No responses yet

23 Ago 2011

su l’Unità lo speciale Liberi tutti

Ecco le due pagine dello speciale del 22 agosto

2011_08_22_decennale liberi tutti 12011_08_22_decennale liberi tutti 2

No responses yet

25 Mar 2011

Liberi tutti in prima pagina su l’Unità: alcuni esempi

zzd_2003_05_13_ carabiniere, gentiluomo, omosessuale

zze_2003_05_13_ prima pagina carabiniere, gentiluomozzf_2003_06_24_ frate chef omosessualezzg_2003_06_24_prima pagina_ frate chefzzh_2003_11_05_ mi sveglio finalmente donnazzi_2003_11_05_prima pagina mi sveglio finalmente donnazzl_2004_05_18_ usa licenza di nozze per gli omsex (2)zzm_2004_05_18_ usa licenza di nozze per gli omsexzzo_2005_12_20_noi preti gay feriti dalla chiesazzn_2005_12_20 _prima pagina noi preti gay feriti dalla chiesazzp_2006_gay village conta solo esere felicizzq_2007_07_16_ prima paginazzr_2007_09_18_ Quel che i gay chiedono a Veltronizzs_2007_09_18_quel che i gay chiedono a veltroni prima pagina

No responses yet

24 Mar 2011

Iconografia di Liberi Tutti

Filed under giornali,Società

Di pagina in pagina: la metamorfosi per immagini di Liberi Tutti su l’Unità

Quando Liberi Tutti era ancora un’idea, maggio 2001, direttore Furio Colombo

zza_2001_05_07_ tra orgoglio e bugie

Nasce Uno, due, tre ..liberi tutti, luglio 2001

_zz_2001_07_17_ Mio figlio è gay e  il tuo

La pagina nel maggio del 2005, direttore Antonio Padellaro

zzb_24 maggio 2005 sono gay ho paura ma vi denuncio

Ottobre 2008, direttore Concita De Gregorio

zzc_2008_10_27_ la normale famiglia di un omosex

No responses yet

10 Nov 2010

Furio Colombo e Liberi tutti

Filed under giornalismo,Società

Nel 2004 l’Unità attraversò un momento di grande crisi e la foliazione del quotidiano fu ridotta. Anche  Liberi tutti da settimanale passò a quindicinale.  Furio Colombo che già nel 2001 aveva voluto la pagina proposta da Delia Vaccarello, la sostenne con calore intervenendo dalle colonne del giornale.

Ecco cosa scrisse quel giorno Delia Vaccarello e l’intervento di Furio Colombo:


L’UNITÀ, PAGINA GLBT. SOSTENETE UNO, DUE, TRE… LIBERI TUTTI

E’ stata sempre difesa dai lettori, ma oggi, che il calo delle vendite de l’Unità costringe a ritornare alla cadenza quindicinale, Liberi tutti ha ancora più bisogno di voi, di tutti i lettori.

Da quando il direttore de l’Unità Furio Colombo decise che valeva la pena di tentare l’avventura di una pagina intera dedicata alle identità gay, lesbiche, bisex e trans, da quando Liberi tutti ha visto la luce, il 17 luglio del 2001, un arcipelago di rapporti è nato come d’incanto. Le mail di segnalazione delle proprie storie da parte di giovani e di meno giovani, di persone che conducono una doppia vita e sono vittima di atavici pregiudizi, di donne e uomini del Sud e della vastissima provincia del Nord, di tutti coloro che si sentono poveri di diritti e di comunicazione sono arrivate a getto continuo. I lettori ci hanno dato fiducia e hanno ritrovato nelle nostre righe il bene della condivisione. Il lettore che non è conforme ai cliché della rappresentabilità si è sentito accolto da una pagina che parla di lui senza false certezze, con l ’intento di capire e di far capire che la vita non è fatta di percorsi già trattati, che il bene della comunicazione non è roba che si trova solo sulle pagine dei media, ma che da quelle pagine può essere alimentato e favorito. Perché il Bene inestimabile della comunicazione nasce dentro di noi, nel rapporto con le persone che amiamo così come con quelle che ci sono sconosciute. Comunicare è una forma di Humanitas, l’unica che in questo mondo di isole ci può salvare. Con l’intento di comunicare siamo entrati dentro i grandi temi. Solo per citarne alcuni: il rapporto tra vecchie e nuove famiglie, la relazione tra omosessualità e fede, il senso della genitorialità che è una forma per tutti di darsi con generosità, di costruire un futuro migliore, il rapporto tra una politica fatta di principi a priori e una fatta di attenzione alle necessità e ai diritti negati.

Grazie alla comunicazione e alla riflessione abbiamo salvato noi stessi giorno dopo giorno, fornendo segnalazioni precise di eventi e appuntamenti, pubblicando le lettere, scavando nei significati profondi delle nostre vite, facendo il giro del mondo per cercare le storie di quelli come noi che tentano di liberarsi dai pregiudizi. La concezione che anima la pagina è infatti radicata in questo principio: non esiste diritto se non è diritto di tutti, altrimenti è privilegio. Avere tutti pari diritti significa essere Liberi tutti.

La pagina dopo due anni è cresciuta, e da quindicinale che era è diventata settimanale.

E’ diventata un giornale nel giornale. Luogo di commenti, e persino di veloce e ironica, ma mai superficiale, modalità di acchiappare il lettore (spesso maltrattato dai media) e di farlo sentire in una terra sua facendogli fare, con il tam tam, il giro settimanale delle notizie di rilievo.

Può una pagina fare tutto questo?

Una pagina fragile, che la sera è già carta straccia, come si dice nel gergo giornalistico per accettare l’idea che il nostro lavoro è precario e caduco e dura, appunto, lo spazio di un giorno.

Sì, una pagina, la pagina di Uno, due, trè liberi tutti su l’Unità è riuscita in questo: è diventata un approdo per i tantissimi che si sentono maltrattati dal mondo della comunicazione. E’ diventata una promessa e un riferimento. L’avverarsi di un sogno. E’ come se il lettore avesse detto a se stesso: “Se la carta stampata parla così di me, senza enfasi e senza ostracismi, se rende pubblica la mia vita nascosta, allora io valgo, allora io ho diritto all’esistenza mediatica e non”.

Con questa sua fragile potenza “Uno, due, tre liberi tutti” si è imposta anche all’attenzione dell’editoria e infatti da lei sono nati quattro libri e altri ne nasceranno. Libri scritti all’insegna della coralità, del dare voce a chi non ce l’ha, del valore senza pari che è la libera espressione dell’immaginario per troppo tempo compresso, e spesso destinato all’invisibilità.

Oggi Liberi tutti non è più settimanale. Torna quindicinale. Noi sappiamo che abbiamo bisogno di “salvarci” un po’ di più, che la comunicazione deve essere per noi “pane settimanale”. Raccogliamo l’invito che Furio Colombo oggi lancia proprio dalle colonne di Liberi tutti: compriamo e facciamo comprare tutti una copia in più. Diamo un buon segno.Acquistiamo ogni giorno tutti una copia in più dell’Unità per essere un po’ più “Liberi tutti”.

<<<<<<<<<<<<<<<<

Noi contiamo su di voi di Furio Colombo

5.10.2004
Da questa settimana la pagina che state leggendo tornerà ad essere quindicinale.
Perché si chiederanno i lettori, che considerano questa pagina una delle migliori del giornale e che viene seguita con particolare assiduità e affetto, come ci dicono le ricerche che di tanto in tanto gruppi specialistici conducono sui quotidiani?
La ragione non riguarda questa pagina. E’ legata a una riduzione della foliazione de l’Unità, un necessario e rigoroso contenimento dei costi. Avrete notato che il giornale, adesso, è quasi sempre di 26 pagine e di 28 (eccezionalmente 30) solo la domenica.
E’ importante notarlo per dire con chiarezza che la diversa periodicità di questa pagina non è dovuta a un giudizio editoriale, che resta pienamente positivo e immutato.
E’ dovuto alla necessità di portare qualche modifica all’avvicendamento delle pagine, a causa del diminuito spazio del nostro quotidiano. Sono momenti in cui il sostegno dei lettori è essenziale.
Noi, all’Unità e nella redazione di questa pagina, siamo certi che continuerete a dare il vostro appoggio a questo giornale, se è possibile acquistando (facendo acquistare ogni giorno) una copia in più.
Perché ogni copia in più ci riavvicinerà alle scadenze settimanali che i lettori di questa pagina hanno chiesto e hanno apprezzato.

No responses yet

06 Nov 2010

Premi e riconoscimenti

Premio europeo Journalist award against discrimination, Italia:

2004:  la pagina vince il premio per la prima volta con l’articolo “I militari gay sfidano l’esercito dei pregiudizi”

2004_09_07_i mlitari gay sfidano l'esercito dei poregiudizi

I militari gay sfidano l’esercito dei pregiudizi

Nasce la Rete europea degli omosex in divisa, pronto un decalogo contro le discriminazioni

Delia Vaccarello

Essere gay, italiano e poliziotto vuol dire avere una bella gatta da pelare: questa la massima della godibile commedia «Mambo italiano» ambientata nella little Italy canadese. I protagonisti sono un poliziotto gay nascosto e l’impiegato di un’agenzia di viaggi che consiglia al compagno di rivolgersi al sindacato dei cop omosex, cioè dei poliziotti gay. In Canada esiste. In Italia è, o meglio era, un sogno. Ricordate la storia che abbiamo pubblicato la scorsa estate dal titolo: «Sogno un sindacato per i militari gay»? Ebbene il sogno non è più utopia. Silvano, finanziere gay, costretto a nascondere l’omosessualità per paura di essere espulso, ci ha raccontato del suo impegno per creare una rete di militari e poliziotti con l’obiettivo di sconfiggere i pregiudizi che albergano tra le forze dell’ordine. In agosto Silvano ha partecipato all’ European Gay Cop Sympsium, cioè a un vero e proprio evento. In pratica il primo summit di militari gay e lesbiche nella storia del vecchio continente che si è tenuto ad Amsterdam con un obiettivo chiaro: redigere il trattato di Amsterdam, la prima carta dei diritti degli omosex in divisa, e farlo approvare dal Parlamento Europeo. Non solo: creatura del simposium è la European gay cop Network (Egcn), una federazione di associazioni di poliziotti gay e di delegazioni inviate dai quei paesi – Grecia e Italia per intenderci – che ancora devono dare alla luce i loro sindacati. Silvano è partito con un gruppo di quattro colleghi in rappresentanza del gruppo di omosex in uniforme che si riunisce in Italia e che prima o poi uscirà allo scoperto. I cop gay italiani mandati in avanscoperta sono stati subito battezzati dal gruppo «Gli Argonauti». E Silvano, alla testa dei novelli «naviganti ardimentosi», sarà colui che rappresenterà l’Italia nella European gay cop network, in pratica l’associazione europea dei poliziotti gay, la cui nascita è prevista per ottobre a Bruxelles. Per lui sarà come toccare con mano la forza che danno i sogni. Un primo assaggio lo ha già avuto. Quando è arrivato ad Amsterdam ed è stato accolto dal Comando Generale della Città, Silvano ha creduto di muoversi in un set stile «Blade runner»: «È realtà o fantascienza? mi sono chiesto, e ho immaginato il giorno in cui in Italia saremo accolti dal comando generale. Dopo il primo enorme stupore ho avuto una sensazione di pace, finalmente. Credo che un giorno sarà possibile anche da noi servire la collettività e farlo a testa alta». E ancora ci chiediamo quante risorse umane sottraggono allo Stato discriminazioni e pregiudizi?

LA RAF RECLUTA I GAY
In Inghilterra sta succedendo di più. Se negli altri paesi il movimento è avvenuto dal basso, cioè gli interessati hanno costituito associazioni in difesa dei diritti dei gay, la Raf britannica, la Royal air force, sta reclutando gli omosex. Incurante delle obiezioni, a dispetto della cultura macho ancora diffusa, lo scorso fine settimana la Raf ha partecipato al Gay Pride di Manchester per persuadere la comunità gay che oggi gli omosessuali sono i benvenuti tra i militari. Un decisivo volta pagina rispetto al 1999 anno in cui le Forze Armate britanniche espulsero quattro soldati in quanto omosex, divenendo oggetto di condanna da parte della Comunità europea.
E benvenuti sono stati in Olanda gay e lesbiche in divisa. I lavori del congresso sono stati aperti da Boris Dittrich, capo del partito di coalizione del governo di centro destra olandese, il D66. «Parlare davanti a una sala piena di omosessuali in uniforme è la realizzazione di una pura fantasia», ha detto Dittrich, senza fare mistero della sua omosessualità. Dittrich non è stato il solo vip a prendere la parola, nella prima giornata sono intervenuti, tra gli altri, il sindaco di Amsterdam Job Cohen, Jan Wiarda coordinatore dei capi delle forze di polizia di tutta Europa, Hien Verkerk parlamentare europeo e il General Maggiore Beuving, Comandante della polizia militare olandese.
Ad ascoltarli il nostro Silvano letteralmente a bocca aperta: «Jan Wiarda, il capo dei capi, ha precisato di essere assolutamente etero. Gli è stato chiesto di affrontare la questione delle discriminazioni con i capi della polizia di quegli Stati in cui l’argomento è ancora un tabù e lui ha risposto che la spinta deve partire dagli interessati, successivamente le alte sfere prenderanno in considerazione le richieste. E’ già un passo avanti. Poi Wiarda ha promesso che avrebbe parlato di discriminazione anti-gay nella prima riunione dei capi di polizia, ma per non più di cinque minuti!».

PROGRAMMA EQUAL
La discriminazione anti omosex tra le forze dell’ordine è ancora una realtà anche nei paesi più aperti. Funziona così: le leggi stabiliscono l’uguaglianza, ma non cancellano del tutto le discriminazioni. Spesso vige la regola «don’t ask, don’t tell» (non chiedere, non dire). Ma leggi, pronunciamenti e campagne di sensibilizzazione sono il passo essenziale per migliorare la convivenza civile. Ed è per questo che Silvano è «andato a scuola» dai colleghi svedesi, partecipando nei giorni del simposio a un seminario sul progetto «Normgiving Diversity», un’iniziativa coordinata al programma europeo «Equal», da prendere a modello (info su: http://www.normgivande.nu e http://europa.eu.int/comm/employment_social/equal). Il «Normgiving» vede impegnate le Forze Armate Svedesi, la Polizia Nazionale Svedese e i membri della Chiesa Pastorale Protestante di Svezia, ma anche altre organizzazioni e sindacati, compresa la Chiesa Ecumenica delle persone gay, lesbiche, bisex e trans cristiane. Si prefigge di fornire strumenti a sindacati e organizzazioni per combattere le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale. Come? Una ricerca condotta dall’Istituto Nazionale per il Lavoro e dall’Università di Karlstad ha fatto il punto sulle condizioni di vita nei luoghi di lavoro di gay, lesbiche e trans, corsi di formazione e di informazione sono stati predisposti per lavoratori e sindacalisti. Ed ecco il più piccolo dei problemi: quanti omosex diventano improvvisamente muti il lunedì mentre gli altri colleghi riferiscono dei loro week-end? Se questo è il primo mattoncino dell’invisibile muro che divide i lavoratori gay dagli etero, le tappe successive possono portare a vere e proprie forme di mobbing. È ancora Silvano a riferirci il principio ispiratore dell’impresa: «Bisogna far capire alla società che la presenza di persone gay, lesbiche o bisex migliora la vita lavorativa stessa».
D’altra parte questo progetto è legato al programma Equal, cavallo di battaglia della Ue per migliorare la vivibilità nei posti di lavoro sovvenzionato dal Fondo Sociale Europeo. In questa direzione la Direttiva dell’Unione Europea emanata nel 2000 contro le discriminazioni sul lavoro basate su religione o convinzioni personali, handicap, età o orientamento sessuale parla chiaro (attenzione non si tratta di una semplice risoluzione, bensì di uno strumento più incisivo nella politica degli stati membri dell’Ue), ma è stata recepita dai singoli stati non sempre con fedeltà. A sostenere la campagna anti-discriminazioni intervengono, dunque, anche associazioni come la federazione di associazioni di poliziotti gay che sta per vedere la luce, forte dei progetti in atto nei paesi più avanzati.
Ma qual è la discriminazione che colpisce di più gay e lesbiche in uniforme? «È la difficoltà di fare carriera – risponde Silvano – un gay e una lesbica in divisa devono lavorare il doppio di un etero. E’ lo stesso pregiudizio che colpisce in generale le donne. Siamo penalizzati e messi alla prova da una cultura maschilista che ci ritiene inaffidabili». E in Italia? «Da noi e in Grecia, dove ancora non ci sono associazioni, dobbiamo essere cauti, altrimenti rischiamo l’espulsione». Ma il capo degli «argonauti» – la delegazione italiana andata ad Amsterdam -, il nostro Giasone in divisa, non si lascia intimorire. I colleghi d’oltralpe gli hanno dato la loro parola di comandanti e colonnelli schierati contro i pregiudizi: «Uscite allo scoperto e interverremo ufficialmente contro ogni discriminazione». Il sogno di Silvano veleggia verso la realtà.
delia.vaccarello@tiscali.it


2008 : la pagina vince con l’articolo “Vivere da gay morire da etero”

Da Arcigay nazionale

Delia Vaccarello, voce contro le discriminazioni

15/12/2008 – Ufficio Stampa Arcigay

Delia Vaccarello, giornalista lesbica dell’Unità, ha vinto la selezione italiana del Journalist Award 2008, premio giornalistico collegato alla Campagna della Commissione Europea For Diversity Against Discrimination, ideata con l’obiettivo di promuovere la diversità e informare i cittadini europei sui loro diritti, con l’articolo “Vivere da gay, morire da etero” del 2 settembre 2008

Delia Vaccarello da anni rappresenta una fondamentale voce della comunità LGBT su un importante quotidiano nazionale. Dal 2000, proponendo la rubrica 1,2,3…liberi tutti contro i pregiudizi su orientamento sessuale e identità di genere, ha deciso di scommettere sui temi dell’educazione alle alterità e sulla visibilità delle persone LGBT, raccontando sempre in modo sincero e realistico le esperienze di vita delle persone e delle associazioni.

L’articolo narra quattro storie di persone gay e lesbiche che non hanno potuto piangere un proprio affetto dopo una tragica morte, perché la nostra cultura affida la gestione della morte solo alla famiglia di origine, escludendo spesso dai funerali e dalla celebrazione delle separazioni le nuove famiglie gay e lesbiche e i rapporti di amicizia con altre persone omosessuali.

L’articolo è stato pubblicato sulla rubrica di Delia su L’Unità dopo il terribile incidente aereo di Madrid che ha visto morire tra i tanti lo steward italiano Domenico Riso, il suo compagno e il loro figlio. Tra le testimonianze raccontate vi è anche quella del presidente nazionale Arcigay Aurelio Mancuso, che ha ricordato la morte dell’amico Enrico, al cui funerale ufficiale non hanno potuto partecipare né il compagno né i più stretti amici.

La giuria ha attribuito il premio proprio a questo articolo, perché racconta una storia di forte respiro europeo, coinvolgendo Spagna, Francia e Italia, perché evidenzia i ritardi culturali e normativi italiani nel riconoscimento dei diritti e delle libertà individuali, perché l’autrice, giornalista e scrittrice, è uscita dal coro discriminatorio dei media in linea con la sua storia professionale.

Arcigay si complimenta con Delia per il risultato raggiunto, cosciente della sua sensibilità e della sua capacità di dare voce reale alle nostre storie. Ci auguriamo che possa adesso vincere anche alla seconda fase del concorso, che durante la prima metà del 2009 vedrà assegnare un riconoscimento a due vincitori selezionati da una giuria europea.

Ecco l’articolo e la pagina

2008_09_03_vivere da gay morire da etero

Si muore come si vive: è così per la verità che ciascuno di noi porta con sé anche quando va via. Ma ai funerali irrompe la storia ufficiale, l’immagine dell’estinto viene suggellata da chi resta con pochi tratti che passano per fedeli. Parole potenti, spesso le ultime pronunciate in pubblico sul conto di chi non c’è più. È uno dei momenti prediletti dal pregiudizio. Se trova terreno fertile, entra in campo. L’ultima scena esibita, prima di calare il sipario, è «rispettabile», non sempre rispettosa. Nel caso dei gay e delle lesbiche spessissimo si oscurano – salvo allusioni – i loro amori. Improvvisamente diventano quello che in vita non sono stati mai, se non nell’immaginario di chi li voleva tali. Se ai funerali ci sono il partner, la madre di lui, gli amici che sapevano, costoro diventano presenze che provano emozioni incomprensibili per gli altri, perché non condivise. Quanti si stringono intorno al dolore atroce di una scomparsa diventano un gruppo, e non solo un numero di persone, solo grazie all’empatia che può scattare quando non c’è l’omissione. «Per loro non ero nessuno» o, peggio, «ero da allontanare»: questo il senso delle storie che abbiamo raccolto. Lo abbiamo fatto perché in agosto un aereo si è schiantato all’aeroporto di Madrid e tra i tanti morti c’era un italiano con il compagno e il figlio di lui. Erano seduti a fianco. Sono passati per amici. È scoppiata una polemica sulla mancanza di informazione. Abbiamo assistito a un’omissione del valore delle relazioni, che sono risorse per l’intera società. Le testimonianze qui raccolte mostrano che accade più spesso di quanto si creda. Se le parole salvano la vita, se la vita è anche memoria, chi manipola la memoria uccide una seconda volta. Attenzione: questa non è «solo» una questione esistenziale. È politica. La politica, in America, in Italia, in tutto il mondo, con scelte precise può far emergere la realtà nascosta, ma viva. O al contrario, con scelte blande o solo di facciata, può lasciarla morire. Una, due, tre… infinite volte.

Sono una mamma umiliata

«Mamma Luigi è morto». «Ma che dici, stai scherzando?». Mio figlio era stato a lungo in attesa di una chiamata, poi un’amica gli aveva dato la notizia. Avevamo cercato subito la madre, ma al telefono non ci aveva detto nulla. Mi sono trovata accanto a mio figlio al funerale del suo compagno. Nessuno poteva conoscere il mio dolore. I genitori di lui mi avevano avvicinato poco prima dicendo: «I nostri figli erano amici e basta» e con le mani avevano fatto un gesto come a stabilire un confine, a dire: di qui non si passa. Accettai: era la condizione perché partecipassimo al funerale. Luigi per me era un altro figlio. Ascoltavo il prete e pensavo al mio dolore, pensavo al dolore del mio ragazzo. E non sapevo se soffrivo poco o troppo. Il loro legame interrotto da un malore era durato quattro anni. La madre di Luigi non aveva mai voluto incontrarmi. Ci sentivamo per le feste, per scambiarci gli auguri, ma solo per telefono. Luigi veniva spesso a casa nostra. Al funerale eravamo sulla panca in silenzio, incerti se far capire quanto soffrivamo, immaginando che gli altri si chiedessero: chi sono questi? E perché sono così sconvolti?. In genere dei morti non si ricordano le cose brutte così, per uno scherzo troppo amaro, non si doveva sapere dell’amore che aveva reso felice il giovane di cui tutti in quel momento piangevano la scomparsa. Io mi sentivo umiliata, io e mio figlio eravamo nessuno. Guardavo la madre di Luigi e dicevo: «Ma è questo il momento di pensare a cosa dirà la gente?». E poi aggiungevo: «A lei il figlio mancherà per tutta la vita». Anche a me manca Luigi, ogni tanto gli parlo e lo sento in mezzo a noi, come un tempo. Quando dopo un po’ siamo andati in visita a trovare la mamma di lui, lei capì subito che sarebbe stata la prima e l’ultima volta. Quando Luigi era vivo aveva mortificato tanti slanci per la paura del giudizio sociale. Morto Luigi, era ormai troppo tardi.

(Claudia B. che non si firma per mantenere quella tragica promessa)

L’innamorato di mio figlio

Ero da sola a casa la notte in cui seppi della morte di Federico. Allo squillo avevo intuito. La voce lontana e triste di mio figlio, in trasferta con il suo gruppo musicale negli Usa, mi toccò come una revolverata. «E’ morto si è suicidato». Andrea aveva avuto bisogno di comunicarmelo subito. Qualche tempo dopo avrei trovato nella tasca di una sua camicia da pulire la descrizione accurata del ritrovamento resocontata da un amico, come se Andrea avesse bisogno di fissarla nel tempo e nel luogo. Federico aveva scelto la modalità più scenografica per consegnarsi all’indifferenza del mondo: impiccato alla scala interna della villetta famigliare ove abitavano anche i nonni, nell’ora del pranzo. Fu trovato dal fratellino di ritorno da scuola. Un fratellino che lo aveva fatto sentire più solo che mai nato tanti anni dopo di lui. Coi genitori già da tempo il dialogo si era assopito per quelle misteriose interruzioni di corrente che annunciano l’arrivo dì una sindrome depressiva. Federico a soli 19 anni era convinto che «la vita è in mano ai furbi» isolandosi nella sua camera. Era spesso a casa mia Federico, lui e mio figlio si conoscevano dall’asilo. Sempre insieme. Mi era capitato di pensare che a Federico potesse piacere Andrea: l’omosessualità nel loro gruppo amici all’epoca delle medie inferiori era già assodata: Marco uno di loro non faceva mistero delle sue predilezioni. Un giorno Andrea me lo aveva comunicato con la crudezza e la ritrosia dei suoi 12 anni: «Marco è strano». Federico crescendo si faceva silenzioso, Marco si curava da vero gay dichiarato agli amici. Un giorno che Andrea non c’era Federico venne a casa. Capii dalle parole, dallo sguardo, da tutto. Andrea era il suo grande amore non corrisposto. Pensai alla madre di Federico, una donnetta timida e sottomessa al marito tutta presa dall’adorazione dell’ultimo nato. Fu terribile quando lessi negli annunci funebri per strada che Federico era spirato «dopo lunga malattia». Ma quale «malattia»? Quando chiesi ad Andrea mi guardò sfuggente e disse: «Si è suicidato per una delusione d’amore».

Anna Macchi

Il mio corpo invisibile

Avevo ventidue anni. La mia compagna e io eravamo in un bar con alcune amiche in una città del Nord. All’improvviso lei fu scossa da una crisi pazzesca e incomprensibile. Un malore sconosciuto. L’ambulanza arrivò in un lampo. Fu intubata in barella. Salii sull’ambulanza con lei. In ospedale la barella sparì alla mia vista. Dopo dieci minuti il portantino uscì dicendomi: «Sei qui per quella ragazza? É andata». Non era finita lì. Lei morì ancora. Di notte mi chiamarono i suoi parenti chiedendoci se ci drogavamo. All’obitorio, vidi il suo corpo steso sul lettino e, accanto al suo, il mio. Per gli altri ero invisibile. Uscii prendendo a calci il muro di mattoni rossi. Calci alle morti: alla prima, alla seconda, alle altre che presto sarebbero venute. Ai funerali il prete disse che era credente (falso). Accanto ai parenti era seduto l’ex fidanzato, lasciato da tre anni. Fu lui a ricevere le condoglianze. Dopo, in privato, lontano dai tanti sguardi in corteo dietro la bara di legno chiaro, alcuni familiari cercarono di sapere cosa ci avesse unite tanto. Tacqui. Quando andai a trovare la madre, lasciai sul tavolo della cucina tutte le foto che ci eravamo scattate: al mare, in corteo, in facoltà. Un mucchio alto quanto un vocabolario. Quel giorno cominciai a uccidere me stessa. Un’infinità di tempo dopo rinacqui e, con me, l’indelebile ricordo della sua inestimabile vita, delle sue numerose morti.

(Delia Vaccarello)

Andate via, non siete niente

Enrico ed Osvaldo vivevano insieme in una piccola casa nella campagna bergamasca da una decina d’anni. Un maledetto pomeriggio di 15 anni fa un incidente di moto portò via Enrico. La casa, comprata insieme ad Osvaldo, tutti i fine settimana si apriva per cene e feste. I parenti di Enrico non avevano mai accettato che il loro congiunto, architetto di successo, fosse gay e vivesse insieme a un maestro, di cui tra l’altro i genitori andavano fieri. La notizia della sua morte ci colpì come una spada infuocata. Mi precipitai in campagna. Nella casa un silenzio lancinante, rotto dai commenti sommessi di decine di amici ed amiche. Osvaldo era in cucina, con lo sguardo fisso. Appena mi vide disse: «Ho appena ricevuto la telefonata di Maria, non dovrò farmi vedere né in camera mortuaria, né al funerale. Sono persona non gradita». Il pianto non si fermò per istanti immensi . La famiglia d’origine intendeva uccidere la vita di Ernesto. Osvaldo non protestò, si abbandonò con noi per due giorni a vegliare un corpo lontano, un amore interrotto e negato. Ma un’ora prima del funerale, durante il quale dal pulpito un’amica d’infanzia di Ernesto ne avrebbe ricordato la vita, anche se non lo incontrava da decenni, ci vestimmo tutti da cerimonia. Allestimmo in cortile una tavola con tovaglie bianche e fiori d’ogni colore, come piacevano ad Ernesto, e da un registratore posto nel mezzo di un cerchio che avevamo formato, mano nella mano, abbiamo ascoltato «Ma il cielo è sempre più blu» di Rino Gaetano, pezzo che Ernesto adorava. Il giorno dopo, la «vera famiglia» di Ernesto andò al cimitero. C’erano le corone appoggiate vicino alla tomba, e lì la madre. Arrivarono anche il padre e i fratelli, e uno di loro urlò: «Tu non sei niente, voi non siete niente, andate via, Ernesto non vorrebbe mai che voi foste qui». In fondo aveva ragione, quello era stato l’addio ad un uomo etero: il nostro Ernesto non sarebbe mai stato lì. Oggi Osvaldo e io ci sentiamo di rado e a volte con fatica, ma una cosa ci accomuna: il cielo è sempre più blu ci provoca una tempesta emotiva incontrollabile.

Aurelio Mancuso

<

2007: la pagina vince il  PREMIO “CUORE SACRO” istituito a  Bari dalla onlus Mater natura

2002: la pagina  vince il premio TRIANGOLO ROSA istituito da Massimo Consoli con il sostegno di Fabio Croce editore

<<<<<<<<<<<

No responses yet

03 Nov 2010

Liberi tutti in trasmissione a Oltre le differenze

<<<

<<<

Oltre le differenze, intervista radiofonica sul ruolo di Liberi tutti, parte primalogo-Oltre-le-differenze1

Video importato
Download Video

<<<<

Oltre le differenze, parte seconda

Video importato
Download Video

No responses yet

22 Ago 2009

i lettori di Liberi Tutti

Continua la lettura »

No responses yet

21 Ago 2009

dossier, i “deliologi” de l’Avvenire

Continua la lettura »

No responses yet